Sono arrivata a Vienna con un treno notturno,
una valigia blu, un Nokia 5100 e due mesi di stage davanti.
Sono scesa a Südbahnhof che oggi non c’è più.
Come molte cose che sembrano definitive e invece cambiano.
Ricordo solo il brusio in una lingua sconosciuta
e il salto al volo sul un tram 18,
bianco e rosso, sedili di legno e porte a soffietto.
Due anziane e traballanti signore che mi aiutarono a tirare su la valigia.
È stato il mio primo vero momento viennese.
Vienna mi ha presa così.
Senza spiegazioni, senza promesse.
Con il suo ritmo lento, la sua ironia silenziosa,
la sua capacità di far sembrare normale ciò che non é fancy, ma che funziona.
Ho provato due volte a tornare in Italia.
Ogni volta, dopo pochi mesi, mi mancava Vienna.
Non come città.
Come mindset.
Qui ho lavorato per molte aziende austriache, sempre nel marketing.
Qui ho imparato il valore del Hausverstand,
delle relazioni che durano,
del fare meno, ma farlo meglio.
Ah, il mio gatto si chiama Vienna.
L'estate é volata e il primo inverno a Vienna è arrivato silenzioso.
Le giornate corte, neve ovunque, il freddo che entra piano, le persone più riservate di quanto fossi abituata. Venivo dall’Italia, da un’idea di calore immediato, di amicizie facili. Qui tutto sembrava congelato. All’inizio l’ho scambiato per freddezza e mi sono disperata e avvilita. Poi ho capito che Vienna parla un’altra lingua e che avrei dovuto impararla se volevo restare.
Qui la fiducia non si regala, si costruisce. Le relazioni crescono lentamente, ma restano. La parola data ha un peso e si mantiene. La forma protegge il contenuto.
Quel primo inverno mi ha insegnato ad ascoltare, ad aspettare, a leggere tra le righe. A muovermi tra due culture senza forzare nulla.
Oggi so che sotto quella distanza apparente c’è affidabilità.
Ed è questa comprensione che porto anche nel mio lavoro.